Introversione, timidezza o ansia sociale: come distinguerle?

Alessia è una ragazzina riservata e piuttosto silenziosa. Ha pochi amici con i quali ha costruito un legame solido e duraturo ma, a differenza delle sue coetanee, ama stare a casa leggere e non le piace andare alle feste o in discoteca.
Quando si ritrova in questi contesti se ne sta in disparte, sola o con una o due persone al massimo, a osservare le amiche che fanno a gara nel catturare l’attenzione e si mostrano disinvolte nel farsi avvicinare dai ragazzi. E mentre le guarda pensa di essere così strana, così diversa….e a quanto vorrebbe essere come loro…

Michele quando partecipa alle riunioni di lavoro difficilmente esprime la propria opinione, a meno che non sia esplicitamente invitato a farlo. Non perché non abbia buone idee, anzi spesso come lui stesso riconosce sono più brillanti di quelle che vengono espresse dai colleghi, ma il timore di sbagliare o di venire criticato lo blocca.
Esce spesso con gli amici, ma se nel gruppo ci sono persone nuove fatica a iniziare una conversazione e si sente a disagio. Quando prova attrazione per una ragazza non si espone prima di aver ricevuto da lei diversi segnali indicativi di un interesse reciproco…pensa spesso che vorrebbe preoccuparsi di meno ed essere più rilassato con le persone.

Simone ha lasciato l’università nonostante sia un ragazzo brillante: gli esami orali, durante i quali doveva parlare ed essere valutato di fronte a molte persone, gli generavano un’ansia insostenibile.
Giocava a calcio, ma il fatto di aver sbagliato dei gol durante alcune partite importanti lo ha portato a sentirsi talmente inadeguato da prendere la decisione di lasciare la squadra.
Un anno fa ha subito un rifiuto da parte di una ragazza, e da allora non si è più avvicinato a nessuna per evitare di provare ancora una simile vergogna.
Ora passa la maggior parte del suo tempo in camera, tra videogiochi e pc, e le uscite con gli amici stanno diventando sempre meno frequenti…si sente sempre più annoiato e svogliato, ma allo stesso tempo la sola idea di esporsi al mondo gli crea una forte angoscia…si sente in trappola.

Alessia è introversa, Michele è timido e Simone ha una fobia sociale.

Ciò che accomuna le tre condizioni è un disagio in situazioni sociali e il desiderio di diventare più sicuri di se, più disinvolti.
Ma gli aspetti che le differenziano riguardano la pervasività del disagio, la sua intensità e il grado di limitazione della vita quotidiana che esso genera.

L’introversione è un tratto temperamentale, una caratteristica innata della personalità legata a un’iperattivazione dell’amigdala in risposta agli stimoli: in pratica bastano molti meno stimoli per attivare quest’area cerebrale rispetto a quanti ne servono per attivare l’amigdala di un estroverso. Da qui nasce la tendenza a preferire luoghi meno chiassosi, amicizie meno numerose e il bisogno di tanto in tanto di “ricaricarsi” rifugiandosi in se stessi.
Il disagio non dipende dall’introversione in sè, ma dal fatto che molti introversi non accettano questo lato del proprio carattere (anche a causa degli stereotipi sociali) e cercano di emulare gli estroversi col risultato di sentirsi sempre più goffi e a disagio. Al contrario gli introversi che si accettano possono essere persone molto carismatiche e anche ottimi leader.

La timidezza è legata a una eccessiva preoccupazione per ciò che pensano gli altri e all’idea (spesso infondata) che si verrà valutati negativamente.
Solitamente il timido teme che gli altri possano accorgersi del suo imbarazzo, così esercita su di sé un grande autocontrollo per evitare di svelare degli aspetti negativi di sé, ovvero l’ansia, la vulnerabilità, la bassa autostima.
L’effetto però è ancora più evidente perché l’autocontrollo rende meno spontaneo il comportamento e spesso i timori si auto avverano: il corpo mostra segni del disagio, la voce inizia a tremare, il volto si arrossa.
Non è una patologia, ma se non vengono smontate le convinzioni erronee che sottendono queste aspettative negative e il timido comincia ad evitare tutte le situazioni che possono creargli disagio rischia di spostarsi verso una vera e propria fobia sociale.

L’evitamento è proprio ciò che caratterizza questa patologia: il disagio che il fobico sociale prova nelle situazioni interpersonali (parlare in pubblico, mangiare in pubblico, essere al centro dell’attenzione…) è talmente intenso da portarlo a evitare un sempre maggior numero di situazioni che potrebbero generare quell’angoscia, fino a rinchiuderlo in una condizione di isolamento.

La fobia sociale (o ansia sociale) comporta quindi un malessere più intenso, più generalizzato (il timido può invece esserlo di più in certe situazioni e meno o per nulla in altre) e più continuo.
A differenza della timidezza è un disturbo invalidante perché porta a una sempre maggior compromissione della vita sociale e lavorativa di chi ne soffre.

15 Luglio 2019