Philofobia: la paura di amare
In quest’epoca caratterizzata dall’instabilità relazionale, in cui non è semplice costruire e mantenere solide relazioni, molti sono alla ricerca di un rapporto affettivo che duri nel tempo, che regali sicurezza, appagamento e la sensazione di essere accettati per ciò che si è potendo finalmente abbandonare ogni forma di “maschera”.
Ma se questo obiettivo è inseguito da molti, dovrebbe essere piuttosto semplice raggiungerlo…perché invece spesso così semplice non è?
Se è vero che c’è un senso crescente di solitudine tra le persone, di voglia di contatto umano, è altrettanto vero che si sta diffondendo una paura che porta nella direzione opposta: la philofobia, ovvero la paura di amare.
Si tratta di una fobia specifica in cui l’amore è percepito come una minaccia per cui, proprio come ogni altro oggetto fobico, genera ansia e induce a evitare le situazioni che potenzialmente potrebbero esporre a questo pericolo.
Alla base di questa fobia a volte c’è il timore dell’ignoto, perché non si sa cosa aspettarsi dall’evoluzione di questo sentimento; altre volte invece sottende la paura di perdere il controllo, dal momento che le emozioni travolgenti innescate dall’innamoramento possono modificare il modo abituale di sentire, pensare e comportarsi.
Spesso quello che si teme davvero è il non saper gestire le proprie emozioni quando percepite come “troppo intense”…così si preferisce rimanere nel rassicurante terreno delle relazioni già note in cui le emozioni sono piuttosto prevedibili e controllabili.
Altre volte ancora si teme di abbandonarsi eccessivamente alla fiducia verso l’altro, con il conseguente rischio di esporre il proprio Sé con le sue vulnerabilità all’umiliazione e alla vergogna.
Il trattamento della philofobia, proprio come per tutte le altre fobie specifiche, consiste nel comprendere gli eventuali pensieri disfunzionali celati dietro questa paura, magari dando un significato nuovo alla fine delle precedenti relazioni, ridurre l’ansia generata dalle situazioni temute e aiutare la persona a ricorrere sempre meno al meccanismo difensivo dell’evitamento.
